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ANANDA

18 Ott Artists | Commenti disabilitati su ANANDA

Ananda

“wardiaries”

Seahorse Recordings

Data di uscita; 28 maggio

Distribuzione; Audioglobe

http://www.anandaband.com/

http://www.facebook.com/Anandaband

http://www.youtube.com/user/AnandaBand

Ascolta in anteprima due brani di wardiaries:

Massacre – Youth

Scritto così, wardiaries, senza stacchi tra le parole, senza maiuscole. diaridiguerra. La guerra è un tema che mi ossessiona da tempo, perché è una manifestazione prettamente umana, unicamente umana. Mi sono reso conto a posteriori, quando i dodici pezzi del disco erano già stati scritti, che quasi in ognuno di essi comparivano termini o immagini legate alla guerra, al contrasto con gli altri, con sé stessi. La ricerca dell’altro, di Dio, della calma. Potrebbe essere questo, la guerra, una paradossale ricerca di calma, come quando dopo uno scontro i sopravvissuti si guardano intorno, e il campo è disordinato, silenzioso.

Si potrebbe considerare questa nostra seconda prova un “concept album”, probabilmente lo è. Per quel che ricordo, le canzoni sono state scritte tra il 2008 e il 2010, nei momenti più disparati del giorno (o della notte). Indian spring mi ha costretto addirittura ad alzarmi dal letto alle prime ore del mattino, le parole si lamentavano nella mia testa insopportabili, come la sirena che precede un raid aereo. Il testo di Massacreè stato completato pochi giorni prima di cantarlo, a letto nella stanza degli ospiti di Paolo Messere, in Toscana, mentre ero afflitto da una tonsillite spaventosa e la mia temperatura sfiorava i 40°.

Massacre è anche il brano che chiude l’album, e le parole scritte per completarne il testo parlano di gioia, gioia che si espande come una luce, che inghiotte tutto. Le prime parole di Chapter II, il brano d’apertura, recitano invece: “War is now”. Una sorta di svolgimento dunque, o di speranza che l’orrore possa trasformarsi in gioia, la guerra diventare abbaglio, splendore. Quel che c’è nel mezzo è una sorta di viaggio sbilenco, di oscillazione. Il ritrovarsi nel bel mezzo della battaglia tra monaci soldati, come in Indian Spring (o sulla nave merci di Gordon Pym), il sospirare la fine dei combattimenti, il tornare qualche volta nei fumi del passato, pensando ai compagni che ognuno di noi ha perso sul campo; il tirare le somme a battaglia ancora in corso, e il rendersi conto che forse somme da tirare non ce ne saranno mai.

Temo di dilungarmi troppo. In fin dei conti quel che sto tentando di descrivere è pur sempre un album, nient’altro che una manciata di canzoni. Che si spera abbiano qualcosa da dirvi, qualsiasi cosa sia. Questo è il senso dell’album soltanto per quel che riguarda me, il suo significato secondo la mia parziale visione. Passo il testimone a chi ne scriverà. Armatevi di un orecchio teso e sincero, indossate scarpe adatte al viaggio.

Gli Ananda sono una indie rock band della provincia di Salerno e sono attivi dal 2006. wardiaries è il loro secondo album; il primo, intitolato The Apple Towns, è uscito nel 2008 per la label Videoradio.

UFFICIO PROMOZIONE LUNATIK – www.lunatik.it

 

Ananda – wardiaries 
RASSEGNA STAMPA 2011

Prendete la sofferenza, lo sconforto, la rabbia e la speranza, appallottolatele, gettatele tra le valvole incandescenti di un Marshall e vedrete che dal diffusore usciranno le oscillazioni sonore di “wardiaries” degli Ananda. La band salernitana apre il disco con il fulmineo guizzo nu-metal di “Chapter II” e lo chiude con il bagliore grunge-psichedelico di “Massacre”: all’inizio la disperazione, nel finale la gioia, nel mezzo altri dieci episodi, più riflessivi e meditabondi, che raccontano i tormentati sconquassamenti emotivi indotti dalle brutture della guerra: il clangore della battaglia prima – splendidamente tratteggiato dalle due chitarre in formazione, che dettano gli umori di tutto il percorso musicale attingendo alternativamente alle svariate matrici stilistiche dei ’90s americani ( indie-rock, alt-folk, post rock e grunge) – la quiete raggelante poi – evocata dai tappeti acustici e dai lamenti sinuosi del violoncello – delineano le trame scenografiche di un concept album intuitivo e di grana grossa ma estremamente esemplificativo nel dimostrare che “dopo una guerra somme da tirare non ce ne saranno mai”.

Da “Rumore” 

Gli Ananda sono una indie-rock band salernitana in attività dal 2006, giunta con questi diari di guerra alla seconda prova, a tre anni dall’esordio “The Apple Towns” […]. Caratteristica saliente dell’album è, dal punto di vista tematico, il fatto di essere un concept sulla guerra, intesa come crudeltà, come ricerca, come metafora, come viaggio umano in terreni remoti e altrimenti insondabili. C’è molta ingenuità, c’è anche una certa difficoltà a mettere a fuoco delle idee sufficientemente personali da avvincere l’attenzione dell’ascoltatore, ma l’urgenza espressiva, la particolarità dell’impasto, che si arricchisce talora dell’intervento degli archi, e l’atmosfera drammatica da cui la scaletta è pervasa lasciano sperare per il rock epico degli Ananda buoni sviluppi futuri.

Da “Blow up”

Seconda prova per i ragazzi campani, dopo il debutto The Apple Towns del 2008. Wardiaries è un ambizioso concept album (prodotto da Paolo Messere) sulla guerra, personale e al tempo collettiva, che si dichiara a se stessi ed al mondo nel tentativo di capire la propria interiorità.
Album non immediato e piuttosto ombroso, che richiede pazienza per entrare nei silenzi, nelle pause, nelle trame elettroacustiche che sanno di deserto e sabbia, di polvere e melodie soffuse. La musica che ne vien fuori è un sapiente incrocio tra il grunge più evoluto degli ultimi Nirvana, le atmosfere malate degli Alice In Chains, le attese dei Red House Painters (senza possederne però la carica emotiva delle melodie). Il riferimento è l’America, quella selvatica e profonda, lontana dalle gigantesche metropoli. Il tono è spesso oscuro e depresso, come il genere impone. L’album è un blocco solido di suoni e melodie provenienti dai medi anni novanta.
Alla fine, la sensazione è di trovarsi di fronte un gruppo che, seppur giovane, sa già bene in che direzione muoversi, con uno stile definito; sicuramente c’è ancora del lavoro da fare nella direzione di snellire un sound che altrimenti risulta essere troppo monocorde […].
Buon lavoro, allora.

Da “Impatto Sonoro”

Il secondo lavoro dei salernitani Ananda, realizzato nei Seahorse studios di Paolo Messere (oltre che produttore anche ospite alla chitarra in due brani), è un concept nato spontaneamente nel prendere in considerazione la natura più oscura dell’uomo, quella che porta al conflitto, alla sottomissione del prossimo, alla distruzione reciproca. La guerra è il fulcro centrale attorno al quale si aggroviglia il rock crepuscolare degli Ananda, in bilico tra una palpabile e oscura calma acustica (con tanto di violoncello a librare sopra le tracce come uno spirito inquieto) e una furia elettrica figlia del disagio esistenziale di pura matrice nineties. Con le parole “War is now”, “Chapter II”, apre l’album con i suoi riff distorti e un testo stilizzato a dar nota del conflitto appena iniziato. Tracce come “Soldato Perdu” e “Gordon Pym” sono una via di mezzo tra ballate dal mood malinconico e sfuriate energiche nelle quali si sente l’aria saturarsi di elettricità e dar sfogo a una guerra ed una distruzione sempre più incalzanti. L’inquieto violoncello si conferma protagonista, nella penombrosa, morbida e avvolgente ballad di “Youth” che in alcuni tratti ricorda vagamente l’inclinazione vocale e melodica di Jeff Buckley. Riflessione e calma arrivano nella speranza di una pace che porti alla fine delle sofferenze umane. “How to Forget an Ocean” riassume pienamente la ricerca di pace e la presa coscienza delle vittime portate da tanta cupidigia e violenza. “Something Beats Me” nella sua rabbia acida, col cantato in penombra, ora rabbioso, ora spettrale rispolvera dal passato l’irrequietezza e il sound del grunge di Seattle. L’album si chiude con “Massacre”, uno dei brani più memorabili nel quale la doppia natura acustico-elettrica della band prende definitivamente uno slancio concreto e le distorsioni a far da padrone sul finale.
Wardiaries è caratterizzato da un sound grezzo e minimale che a volte potrebbe far storcere il naso. Se ascoltato con cura quest’album presenta molti punti a suo favore, a partire dall’ottimo concept, enfatizzato fortemente dal mood crepuscolare e obliante che sovrasta l’intera opera. Seppur ancora legati a sonorità classiche del passato e presente, gli Ananda meritano senz’ombra di dubbio una chance nell’attesa di un’opera più matura e nella quale si valorizzi maggiormente una loro personalità del tutto caratteristica.

Da “Stordisco”

Dietro una splendida, emozionante e un po’ inquietante copertina, che raffigura uno di quei classici manichini di legno, snodabili, retroilluminato da un violento bagliore su uno sfondo scuro, i campani Ananda (per la precisione di Scafati, vicino Napoli) ci raccontano gli orrori della guerra, in tutte le sue forme. L’album si intitola appunto “Wardiaries”, scritto proprio così, tutto attaccato, ed è un concept album ma, come spiegano gli stessi componenti della band, l’aspetto curioso è legato al fatto che si tratta di un concept inconsapevole, non pianificato.
Nessuno ha detto a tavolino: “Adesso facciamo un disco che parli di storie di guerra”. Le canzoni sono nate spontaneamente, indipendentemente, spesso anche nei momenti più strani e nelle circostanze più imprevedibili, su un lasso di tempo di due anni, tra il 2008 e il 2010. E soltanto al momento di entrare in studio di registrazione, gli Ananda si sono resi conto che un filo conduttore legava tutte le storie dei loro testi: ed era proprio quello, la guerra.

Così come tutto attaccato è il titolo, attaccati tra loro sono molti dei 12 brani che costituiscono l’opera; così, inaspettatamente, sfociano l’uno nell’altro, a sottolineare il trait-d’union che li collega nel dipanarsi delle loro vicende. Una certa curata e studiata uniformità stilistica, allo stesso modo, pervade tutto il disco: le chitarre, siano esse sature e granitiche come nel brano di apertura Chapter II (scelta curiosa, intitolare il brano di apertura come un II capitolo!), acustiche come in Major E (dove s’intrecciano elegantemente con un violoncello, presente di rado nel corso dei vari brani, ma vero valore aggiunto alle composizioni e non banale infiocchettamento!), elettriche pulite, come nell’inizio di Gordon Pym, seguono spesso, nelle loro cadenze, gli accenti del tempo-medio tipico di un hard rock anni ’70 di sabbathiana memoria.

I brani globalmente sono sempre al di sotto dei 5 minuti (con una sola eccezione), mentre il cantato, malinconico, sofferto, di Alfredo Palomba in molti tratti ricorda curiosamente quello di Perry Farrell (Jane’s Addiction/Porno for Pyros). Non ci sono esplosioni di rabbia nel narrare lungo queste 12 canzoni i drammi della guerra: si percepisce più una dolorosa ma pacata rassegnazione che, nella sua intensità, risulta decisamente più efficace di qualsiasi ‘schitarrata cattiva’ come magari tante altre bands, in maniera più banale e prevedibile, avrebbero fatto.

Da “Distorsioni”

L’incipit del disco fa subito capire cosa ci aspetta: un riff di chitarra lento e ipnotico, un bordone di basso dal suono indefinito e una voce che crea fin da subito una certa tensione, rude e arrabbiata, a tratti disperata, tipicamente stoner, ma via via affievolita per passare da un disco brutale ad uno più ipnotico.

Così si presentano gli Ananda, al loro secondo lavoro realizzato nei Seahorse studios di Paolo Messere, un equilibrio incredibile tra citazioni varie, influenze e originalità, con riff semplici ma di un’efficacia stupefacente, sogni zeppi di note musicali.
Soldat perdu è un gioco infernale di alternanza tra brevi strofe quasi solo cantate e parti di violenza strumentale capaci di creare tensione al punto giusto fino a terminare per sfinimento.
Major E è una ballad in cui si respira maggiormente la vena più malinconica della band, un improbabile incontro tra Syd Barrett, David Bowie e Mark Lanegan in un immaginario mondo dei trip.

Poi ci si culla sulla lucente slide di Youth, intensa e avvolgente, con un violoncello molto presente per quasi metà del disco, che è quanto di più pacato e inquietante si possa immaginare.
Un’atmosfera distesa, equilibrata, quasi da pace dei sensi si diffonde man mano che l’ascolto va avanti, fino a giungere a poco più della metà del disco, dove arrivano le due zampate decisive sotto forma di How to forget an ocean e Somethin’beats me, probabilmente il disegno più compiuto e articolato dell’intero lavoro.
Indian spring si avvicina all’anima sofferente delle canzoni di Cobain, quelle che più ricordano struggenti confessioni di un incurabile disagio esistenziale, con un crescendo che rende il suono sempre più saturo e sporco.

Il mondo a noi conosciuto finisce qui, con tutto il suo universo di suoni.

Da “Jesusmile”

Ananda è una parola sanscrita che riporta ad un concetto di beatitudine, in disarmonico contrasto con il titolo dato al secondo album della band campana Wardiaries. Una sorta di concept, che potrà per alcuni apparire fuori tempo, viste le inclinazioni musicali del quartetto, ma che in realtà sembra voler rinverdire fasti recenti dall’anima post.

Si parte con Chapter II partitura proto grunge che, pur disturbante, non appare intenzionata ad inseguire nulla di innovativo. Nonostante tutto però la traccia introduttiva ci accompagna con semplicità nel territorio Ananda, tra riff di buon impatto ed una voce piacevolmente indefinita, quasi sussurrata atta a sviluppare linee alternative tra stop and go, turbanti e a tratti destabilizzanti, assiepata a silenzi e chitarre accarezzate, in attesa del un picco climatico di Ground , che lascia l’ascoltatore tra percussioni proto tribalistiche che ci portano inevitabilmente ad un aumento del mordente nel suo outro.

Con Soldat Perdu le note di un incipit alla Eels volgono a terreni desolati e indefiniti che presto aprono all’arpeggio di un rock & blues melanconico, legato a scarni passaggi che palesano come in alcune altre tracce del full lenght un arrangiamento inadeguato (forse) a definire al meglio le intenzioni.

Con Gordon Pym l’introversa voce del frontman segue il buon sviluppo del violoncello nascosto dietro alla sei corde. Le idee emergono ferventi da tracce come Bluesman, tra spazi Gossardiani e narrazione 70’s style, tra riff semplici e sound ondulante, che avanza diluito e meditativo.

Tra i brani migliori annoveriamo How to forget an Ocean, track ragionata e coinvolgente, sia grazie alle note del Cello, reale protagonista della lirica, sia ad Alfredo Palomba che riesce a dare il meglio di sé mettendosi al servizio di una partitura dal sapore canadian, senza sbavature ma ricca di passaggi alternative. Sul medesimo sentiero incrociamo poi la bella It Shines , in cui la classicheggiante chitarra incontra ancora Pescosolido per un’altra piccola gioia musicale, tanto semplice e genuina quanto discreta e raffinata.

Il lato b è poi fortemente caratterizzato da venature grunge di stampo Nirvaniano, come dimostrano
Somethin’ beats me e Indian Spring che nel suo citare indirettamente Jesus don’t want me for sunbean, raccoglie la quiete dopo la tempesta, tra spezie ed aromi d’oriente, in cui il back voice di Marco Patavini dona solidità a passaggi di un brano arduo e viaggiante.

A chiudere un disco ciclotimico è infine Massacre che stimola la mente, ma definisce un opera che vorrebbe sognare, ma che si ritrova in uno stato iniziatico di dormiveglia..

Da “Music on Tnt”

Sto ascoltando proprio ora e per la prima volta Massacre, quindi eviterò voli pindarici e giudizi affrettati.

Ascoltate con me per iniziare.

Il nuovo disco della band salernitana, Ananda, ripetiamo, si intitola wardiaries, senza spazi e lazzi. Diari di guerra, traduco per chi se la cavi peggio di me in inglese, cosa ardua e rara. Il disco è uscito settimana scorsa per Seahorse Recordings e mentre ascolto leggo le parole del cantante, del frontman o di chi tra i quattro componenti non saprei. Sarà Alfredo Palomba, Marco Patavini, Vincenzo Miele oppure Francesco Palomba. Chi per esso dice:
“La guerra è un tema che mi ossessiona da tempo, perché è una manifestazione prettamente umana, unicamente umana. Mi sono reso conto a posteriori, quando i dodici pezzi del disco erano già stati scritti, che quasi in ognuno di essi comparivano termini o immagini legate alla guerra, al contrasto con gli altri, con sé stessi. La ricerca dell’altro, di Dio, della calma. Potrebbe essere questo, la guerra, una paradossale ricerca di calma, come quando dopo uno scontro i sopravvissuti si guardano intorno, e il campo è disordinato, silenzioso”.
Rimarremo convintamente pacifisti anche dopo l’ascolto di questo album definito concept, proprio perchè ruota intorno al tema della guerra. War is now sono le prime parole del primo brano del disco.
Senza troppo impegolarmi in ciò che un componente della band ha scritto del nuovo disco suggerirò a voi nuovo ascolto, più sincero di mille parole, di questa band di Scafati.

Secondo album degli Ananda attivi dal 2006, dopo The Apple Towns ascolteremo meglio questo Massacre. Questi due pezzi son mica male.

Da “Music Linker”

Quattro ragazzi da Salerno suonano e cantano come se fossero sperduti in un deserto mistico americano.

Secondo album per gli Ananda che dopo aver pubblicato “The Apple Towns” nel 2008 si cimentano in questa nuova pubblicazione pensata come un concept. Il tema che lega le canzoni sta tutto nel titolo dell’album “wardiaries”, guerra insomma intesa come una paradossale ricerca di calma.

Violoncello, chitarre acustiche per un suono finale molto grezzo e minimal. Sembra quasi di assistere alla prima prova unplugged dei Nirvana con l’aggiunta di qualche peyote pescato nel deserto.

Italiani che cantano in Inglese, italiani che cantano in italiano e inglesi che cantano in inglese, non importa. L’importante è la musica e quello che riesce a trasmettere. E “Wardiaries” trasmette intensità e passione.

Grezzo, come può essere una guerra. L’obbiettivo è stato raggiunto […].

Da “One Louder”

L’apertura di Wardiaries sembra un B-side di Worst Case scenario dei Deus, un biglietto da visita deflagrante che implode presto e sembra omaggiare i Nirvana di In Utero. Il clima generale si attesta in zona grunge e dintorni con qualche sprazzo post e piccole cesellature di archi. Un concept album sulla guerra intesa come condizione umana, tema che marchia i brani anche dal punto di vista sonoro alternando rumore e silenzio, la violenza e la quiete che ne consegue. Gli Ananda hanno metabolizzato alla perfezione la lezione degli anni 90 e si muovono comodamente nella materia, per alcuni potrebbe essere manierismo, per altri fedeltà alla linea.

Da “Rockerilla” e “Cool club”

Non convince al primo ascolto Wardiaries, Diaridiguerra, secondo lavoro degli Ananda, gruppo indie rock della provincia salernitana, che dopo il debutto discografico con The Apple Towns, presenta la propria nuova fatica.
Anzi sarebbe più giusto dire che “non colpisce al primo ascolto” è un pregio, perché conquista gradualmente e delicatamente, fino a far diventare piacevole e interessante scoprirlo nei suoi diversi sapori.
Si sente il cuore e la passione convinta del gruppo nei 12 brani che compongono il disco.
Un disco, questo, che suona molto poco italiano. C’è l’influenza di un certo nuovo rock progressive come quello dei Mars Volta, c’è il grunge più classico simil Alice in Chains a fare da sfondo,ma c’è poi un violino che distrae e che porta altrove.
Il gruppo stesso definisce Wardiaries una sorta di concept album non del tutto intenzionale in cui la guerra è filo rosso e tema portante in tutti i brani nonché tematica onnipresente nel mondo attuale carico di conflitti con se stessi e con gli altri. È da metà album che i bellissimi brani How To Forget An Ocean e It Shines, con la loro ricerca di calma e pace, cambiano la prospettiva e l’empatia con il disco permettendo un’ interpretazione dell’album più intimista e personale.
È alla luce di questo cammino che permette una speranza di positività nel coinvolgente epilogo di Massacre, il cui testo parla di una gioia luminosa che avvolge tutto, che si rivalutano anche i primi brani dove la guerra e l’astio fanno da padroni anche nelle sonorità cupe, grezze e dure.
Gli Ananda si muovono abilmente in questo loro Diariodiguerra dall’elettrico all’acustico e poi di nuovo all’elettrico, permettendo anche in Indian Spring, l’incursione di ritmi orientali ad affiancare il violino creando una particolarissima atmosfera sonora.
È il pregio di questo album, non catturare l’ascoltatore immediatamente, ma permettere ad un orecchio più attento di tornarci e lasciarsi in alcuni momenti emozionare.
Wardiaries, un disco da non ascoltare distrattamente o come sottofondo, ma quando si decide di prendersi una pausa dal lavoro o dallo studio o dalle faccende domestiche per dedicarsi ad un nuovo disco e ad un nuovo gruppo promettente.

Da “Rock Shock”

Tre anni dopo l’album d’esordio, “The Apple Towns”, gli Ananda, giovane band salernitana, hanno presentato, lo scorso maggio, il loro ultimo prodotto, “Wardiaries”.
Scritto così, senza stacchi tra le parole e senza maiuscole, “Wardiares” (in italiano, “diaridiguerra”), può essere considerato un concept album, le cui canzoni, scritte tra il 2008 e il 2010, affrontano tematiche quali la guerra, la ricerca di Dio, dell’altro e della calma; un esempio può essere proprio il brano d’apertura, “Chapter II”, le cui parole recitano più volte “War is now” (letteralmente: la guerra è adesso) e vengono scandite con una ritmica piuttosto marcata, che ben si adatta al giro di accordi della chitarra.
All’arrivo della guerra si affianca, tuttavia, la speranza del lieto fine e la possibilità di ritornare a contemplare un passato che non c’è più, e ciò emerge nella penultima traccia, “Indian Spiring”.
“Wardiaries” è la manifestazione di un’accurata e discreta ricerca musicale in continua trasformazione; nonostante la mancanza di assoli particolarmente sperimentali, è un disco interessante e piacevole all’ascolto.

Da “Saltinaria”

Ananda, che in sanscrito significa “perfetta felicità”, è il nome scelto, in quel del Salerno, da dei ragazzi per la loro band.
Anche Nirvana è un nome sanscrito e ciò non sembra un caso: la storica band di Cobain, infatti, può essere annoverata tra i loro modelli assieme agli Alice in Chains e a tanti altri gruppi riconducibili, più o meno direttamente, al Seattle sound. Lo spirito grunge è presente anche nel loro secondo album, Wardiaries, specie nei brani di apertura (“Chapter II”) e di chiusura (“Massacre”), con sfuriate di chitarre e feedback che rievocano la rabbia anni Novanta. In seguito, però, grazie a canzoni come “Youth”, caratterizzata da una vocalità à la Jeff Buckley, emerge, attraverso un mood di ballata e un intreccio acustico/elettronico, un’attitudine alternative. Le due anime si danno il cambio sia a livello macroscopico (da pezzo a pezzo) sia a livello microscopico (all’interno dei singoli pezzi […]. Ottima la prova del violoncellista Marco Pescosolido, specie nell’esotico intro di “Indian Spring”, dove gli è stata lasciata carta bianca. Influssi orientaleggianti si sentono pure in altri brani (per esempio in “Ground”).
Come ha dichiarato a Radio Onda D’Urto Alfredo Palomba, cantante chitarrista e songwriter, questo lavoro ha un approccio «un po’ più morbido» e «più di ricerca» rispetto al loro debut-album. Un po’ didascalici risultano i testi, immaginifici, poco narrativi, tutti accomunati da immagini belliche. Data l’onnipresenza della tematica, fin dal titolo del disco, penseremmo a un concept album sulla guerra. Ma in un’intervista a Radio Città Fujiko Alfredo ha detto che si è accorto di ciò solo a posteriori. Ha poi precisato come la guerra vada intesa in una duplice chiave: in modo letterario e in modo allegorico. La scelta di scrivere in inglese, che va a discapito della naturalezza, è una «questione di abitudine» che deriva dal suo background di ascolti. L’artwork è curata dagli stessi Ananda e dell’artista partenopeo Diego Miedo.
A un primo impatto si rimane un po’ tiepidi di fronte a Wardiaries. Risentendolo, però, ci rendiamo conto che c’è del buono. Con pazienza, al quarto o quinto ascolto, realizziamo che si tratta di un album onestissimo, con sprazzi che lasciano ben sperare.

Da “Audio drome”