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DENY

18 Ott Artists | Commenti disabilitati su DENY

Una negazione che è scelta introspettiva; un atto di fede per l’espressione artistica; un percorso di ricerca per potersi difendere dalla malattia, ma solo dopo averla conosciuta.
Un crocevia di esperienze artistiche, culturali e musicali disparate, dal blues rurale afroamericano alla psichedelia, dal post punk al noise, passando per l’ avanguardia mitteleuropea.
Un progetto che nasce dalla mente e dall’esperienza comune di 2 giovani musicisti irpini – Luca Bellavita e Mariano Festa – nel 2005, dopo svariate esperienze personali in diversi contesti, e che si sospinge negli anni sorretto dalla sete di sperimentazione, da un bisogno di contatto artistico con la vita, di comunicazione sonora del sentire.
Il progetto tra il 2005 e il 2006 cresce in Irpinia e in Campania. Oltre trenta date, la produzione di un E.P., le collaborazioni con Mic.Rec. e G.A.rage Records; e ancora la partecipazione al MAS fest, ad Audiomi, al Six Day Sonic Madness Lab, condividendo i palchi con …a toys orchestra e Les Fauves. Nel 2007 comincia la collaborazione con Seahorse Recordings, una delle realtà più rappresentative del panorama indie della penisola.
Il primo album “Sharing Ghosts”, distribuito dalla prestigiosa rete Goodfellas, vede la luce nel Dicembre 2007, e va a cercare lo spericolato equilibrio tra caos e narrazione, impulso e progettazione, emotivo e razionale; con la preziosa collaborazione nella produzione artistica di Paolo Messere (Silken Barb, Ulan Bator, Maisie, Blessed Child Opera).


www.denymusic.blogspot.com
www.myspace.com/denymusic









Deny “Sharing ghosts” Seahorse 2007


Reviews:



Sharing Ghosts – recensione su Komakino

A debutto su Seahorse, registrati e mixati da Paolo Messere dei Blessed Child Opera, i Deny, da Avellino, sciorinano pezzi brillanti, volendo anche di scelta inusuale se considerati all’interno del panorama italiano, per quanto poi fuori confine nei canoni del decoro dell’indie noise più rarefatto. L’ottimo pezzo di apertura in crescendo Charles Bonnet Syndrome (echi di prime luminanze e lentezze spleen di Smashing Pumpinks) è il biglietto da visita per ottenere subito rispetto, e laNew Songcon la falsa partenza lo-fi apre una catarsi chitarristica vicina ai Sebadoh, – potenziale hit. – L’untitled è il bis adrenalinico del meritato richiamo su palco dopo un concerto di distorsioni che caricano psichedelia melodica. – Trovo qualche ombra di primo latte invece sulle digressioni di Your SmellLeave Me High, o di Leaves of Grass, che mi fa penare prima di giungere ad un elevatissimo finale, brutalmente sentimentale, che punta alla volta celeste. – Ok, poi c’è l’incursione blueseggiante di Only Love To.., per i primi due minuti avevo pensato di aver cambiato accidentalmente disco, invece poi fa ritorno allo stile delle altre tracce con ottimi inserti di chitarra per poi tradire nuovamente e virare in un’altra direzione, un pò come il finale elettronico della tre puntini ‘…’, quasi una seconda stanza della stessa canzone. – Credo questoSharing Ghosts sia una meritata introduzione a quello che sarà il prossimo disco, che mi immagino già con un song-writing più ricco, maturo e drammatico. Music @myspace/denymusic. // 


Sharing Ghosts – recensione su Rockline

Recensore:Paolo Bellipanni
Voto: 70/100
Chi si sarebbe mai aspettato da un gruppo alla prima fatica discografica un bel disco d’esordio così ricco di fascino e di luce propria? I Deny, giovane band irpina,ci sono riusciti con Sharing Ghosts, in uscita a Dicembre. Si tratta un album personale ed originale, molto artistico ed intellettuale, psichedelico e supportato da inserti noise e post punk, che molto ricordano la wave inglese degli ’80, arrivando alle sottili similitudini con il post rock di stampo USA e l’elettronica europea di questi ultimi anni. Sono principalmente questi i cardini attorno cui i Deny fan girare la propria musica che è una ballerina anarchica e dadaista alla ricerca di profumi e colori che la facciano danzare ancora di più.

Ad aprire il disco ci pensa Charles Bonnet Syndrome con i suoi ritmi e le sue melodie ipnotiche e trascinanti che si trasformano in una perfetta rampa di lancio per la stupenda Leave Me High, un esperimento di raffinato noise/post rock, elegante e incredibilmente introspettivo, come del resto anche la successiva Leaves Of Grass che ruota sempre attorno a ritmi molli e cadenzati e si basa su un riffing quieto ed arpeggiato ma dalla forte carica psichedelica.
Con Only Love To si fa invece un passo indietro fino a giungere alle radici dello psych rock dei ’60, in questo caso egregiamente rivisitate in chiave moderna, mentre è con New Song che i Deny danno sfogo alla vena compositiva più rozza e primordiale, si tratta infatti di una canzone dai forti richiami post punk, molto semplice nell’impatto ma decisamente meno intensa nel contenuto. To Love Melancholy (is sexy) è poi la solita scalata psichedelica e distorta, arricchita dalla carica del noise e dal supporto dell’elettronica, presente anche nella conclusiva ….che mette fine al disco coi suoi movimenti robotici e futuristi.
Col passare delle canzoni i Deny mostrano sempre di più una spiccata dote creativa peculiare e molto personale, dovuta ad una visione molto viva della musica vista come approccio primario alla realtà e di conseguenza essa non può non essere una mera espressione delle menti dei ragazzi irpini che continuano a sfornare emozioni senza sosta, passando per stili e correnti diverse, amalgamando suoni e rumori.

Sharing Ghosts è indubbiamente uno dei più interessanti prodotti in ambito sperimentale usciti in questi ultimi anni dalla penisola; i Deny meritano infatti un grande riconoscomento, che è quello di saper essere stati sperimentali e “avantgardistici” senza sbilanciarsi e perdere equilibrio, tessendo una musica rara e personale ma non per questo eccessivamente stramba e inascoltabile. Di certo non si può parlare di capolavoro o di “grande opera rock”, ma Sharing Ghosts è sicuramente la partenza migliore che ci si sarebbe aspettati da un gruppo come i Deny che hanno ancora il tempo per incrementare questo spiccato impulso creativo che li renderà senza dubbio uno dei gruppi più di nicchia del panorama underground italico.

Indiepop

(…) autori di un buona psichedelica hard, qualcosa di ben inciso, potente, sfumato e pieno di ghirigori avvolgenti, come dei Soundgarden dell’ultimo disco meno tellurici, più inclini al blues e più diffusivi nella narrazione. La voce è più seducente che potente. Nei cinque minuti e mezzo di “Leave me high” scorre molta acidità, molta consapevolezza della forma e un’accoratezza che richiama indubitabilmente i primi nineties, fra neopsichedelia e grunge (…)
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